Lunedì 31 marzo Marine Le Pen, figura di spicco dell’estrema destra francese e leader storica del Rassemblement National (ex Front National), è stata condannata con l’accusa di aver orchestrato un vasto schema di appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo. Dopo un processo durato nove settimane, il tribunale ha emesso una sentenza che rischia di porre fine alla sua carriera politica: cinque anni di ineleggibilità, quattro anni di carcere (di cui due da scontare con un braccialetto elettronico) e una multa da 100mila euro. La condanna, che Le Pen ha definito una “bomba nucleare”, compromette la sua potenziale candidatura presidenziale per il 2027.
Il cuore dell’inchiesta riguarda un sistema fraudolento attivo tra il 2004 e il 2016, durante il quale fondi pubblici destinati a pagare assistenti parlamentari a Bruxelles e Strasburgo venivano invece utilizzati, secondo l’accusa, per retribuire membri dello staff del partito in Francia. Il tribunale ha stabilito che Le Pen ha avuto un ruolo centrale nell’organizzazione di questo schema, che ha causato un danno stimato di 4,8 milioni di euro al bilancio europeo. La leader del Rn è stata ritenuta responsabile diretta di otto contratti fittizi per un valore complessivo di 474mila euro, ma è soprattutto la sua posizione di comando e la determinazione nell’instaurare e sostenere il sistema che hanno pesato sulla sentenza.
Altri ventidue imputati sono stati condannati insieme a Le Pen: otto europarlamentari del suo partito e dodici assistenti parlamentari “fantasma”, tra cui la sorella, Yann Le Pen, il bodyguard personale del padre Jean-Marie e la segretaria dello stesso fondatore del Front National. Anche due contabili e il tesoriere del partito sono stati riconosciuti colpevoli. Nonostante nessuno degli imputati abbia tratto arricchimento personale, il tribunale ha sottolineato come lo scopo del sistema fosse quello di finanziare illegalmente il partito, allora in difficoltà economica, permettendo così ai dirigenti di mantenere uno staff e una struttura operativa altrimenti insostenibili.
La condanna poggia su una vasta mole di prove documentali e testimonianze, tra cui email che esplicitamente confermano la consapevolezza dell’illegalità dei contratti. In una di queste, un eurodeputato scrive al tesoriere: «Quello che Marine ci chiede equivale a firmare per lavori fittizi… penso che lei lo sappia». Un altro assistente, teoricamente impiegato da mesi come collaboratore parlamentare, confessava via mail di non aver mai messo piede al Parlamento europeo.
Le Pen ha negato ogni responsabilità, definendo la sentenza un’operazione “politica” per impedirle di candidarsi. La giudice che ha emesso il verdetto, Bénédicte de Perthuis, è stata posta sotto scorta a causa delle minacce ricevute, mentre il procuratore generale della Corte di cassazione, Rémy Heitz, ha affermato che non si tratti di una sentenza politica, bensì giudiziaria, e che i magistrati hanno agito in maniera indipendente e imparziale.
La sentenza ha però sollevato interrogativi anche interni al Rassemblement National, che non sembra aver preparato un piano alternativo. Da mesi, l’eventualità di una condanna era un tabù che paralizzava le discussioni strategiche interne. Le Pen, nella sua prima intervista dopo la condanna, ha escluso con fermezza ogni ipotesi di sostituzione. Tuttavia, la prospettiva di una candidatura alternativa si fa sempre più concreta.
Il nome in pole position è quello di Jordan Bardella, 29 anni, presidente del partito e protagonista delle ultime due campagne europee di successo. Bardella è popolare tra gli elettori, ma la sua inesperienza e la mancanza di riforme interne promesse sotto la sua guida hanno generato perplessità. Per ora, il suo ruolo rimane subordinato a quello di Le Pen, che lo ha definito «una risorsa che speriamo di non dover usare prima del previsto».
Nel frattempo, la battaglia legale continua. Gli avvocati di Le Pen hanno presentato ricorso in appello e la Corte di Parigi ha annunciato che la decisione potrebbe arrivare nell’estate del 2026. Se i tempi venissero rispettati e la condanna venisse annullata o ridimensionata, Le Pen potrebbe ancora candidarsi per l’Eliseo nel 2027. Ma il rischio che il verdetto resti in vigore incombe, e il Rn dovrà presto decidere se insistere sulla linea della fedeltà incondizionata o avviare un doloroso, ma forse necessario, processo di successione.